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Germano


Germano lavora da quarant'anni, è del 1949. 
Quarant'anni a quaranta ore settimanali. Il suo è il lavoro più utile di tutti, è medico. 
Ma non un medico generico, è oncologo, quindi cura il cancro e da buon filantropo – anche se avere a che fare coi “cristiani” è dura -, ne ha salvati tanti. Uomini e donne d'ogni estrazione, belli, brutti, intelligenti, un po' così, tutti. 
A ciascuno presta un'attenzione sapiente, fatta di tanta buona medicina ma non basta: oltreché una laurea per esercitare l'arte di Asclepio, nel corso del tempo, sempre lavorando come un assatanato, si è preso anche una laurea in filosofia, con una tesi su Hegel, mica bruscolini. 
Come se non bastasse, a tratteggiarne il profilo di uno che quando visita lo fa con una presenza (anche di spirito) eccezionale, s'aggiunge in sovrappiù una cultura musicale fuori dal comune. 
Medico, filosofo, musicista, fine conoscitore dell'animo umano, Germano visita fino a quaranta pazienti al giorno e anche più, dal lunedì al venerdì, la mattina inizia presto e per lui ha sempre l'oro in bocca. 
Per una vita è stato in forze al San Giacomo di Roma, poi la iattura della chiusura e mentre i colleghi manifestavano dissenso e disappunto per l'eliminazione dell'unico nosocomio al centro della capitale di fronte ai Palazzi, lui scriveva ai giornali, contestava, rasoio di Occam alla penna, giornalisti per la maggiore. D'altronde è figlio di un uomo che è riuscito a fondare una città per ragazzi, buon sangue non mente. 
Il suo segreto è fare con piacere, e fare il medico è per lui fonte di piacere, tanto che se fosse necessario lo farebbe anche gratis, e non son parole. 
Eppure a parte il mutuo della casa, la spesa, le tante tasse, per sé spende solo duecentocinquanta euro al mese. 
Certo, spera di avere una buona pensione e dopo quarant'anni così forse in altri tempi si sarebbe sentito in una botte di ferro, oggi chissà. 
Si considera un benestante comunque, due stipendi in famiglia e un solo figlio che sta studiando in America. 
Rinuncia e non rinuncia allo stesso Germano: ad accumulare oggetti inutili, come una collezione di numero otto, l'infinito ruotato di novanta gradi. 
Ma non c'è da pensarlo con la testa per aria, cioè, sì e no: nato nel segno dello Scorpione, coniuga in sé la più alta spiritualità con gli effetti benefici di un corpo che è vivo, appunto; ai suoi pazienti consiglia comunque di non tralasciare come medicina sempre verde, una sana attività sessuale. 
Di sé dice d'essere un capocomico, e stando all'ammirazione che suscita in caposala e infermiere, portantini e ausiliari – oggi esercita in un altro ospedale di Roma, un day hospital frequentatissimo purtroppo -, si può senz'altro ritenere un Moliere molto amato dai suoi. 
E nonostante sappia che la parola dignità deriva dal latino dignus, ossia valore, a intendere stoicamente che ogni persona ha valore intrinseco, la parola dignità oggi come oggi, usata da tutti, troppo e male, non gli piace. Come non gli piace l'Italia odierna, che vede peggio di ieri e spera non meglio di domani. 
Un futuro da ri-costruire se non col voto con cosa?  All'orizzonte lui non vede molto di meglio.
Affascinato dall'idea di Dio ma incapace di dirsi credente, non pensa alla lotta di classe se non per rimarcare che sono morte le classi. 
Leggere legge tanto, Germano, lo si potrebbe definire anche un bibliofilo, la sua casa scoppia di libri: sull'autobus, correndo, all'auditorium, come può legge, a casa meno. 
Sarà che a casa naviga in rete, ascolta la radio, non ha televisione ma il tg della 7 e qualche trasmissione di politica dal computer se la guarda. 
E chissà cosa pensa, a guardarla, lui che se non avesse fatto il medico avrebbe fatto il giudice, sic. 
Di certo non quello che si augura per sé, “che le cose continuassero così, senza lutti e tragedie”. 
E sarà l'ironia che lo contraddistingue, sarà il buon sangue che non mente, sarà l'impegno in prima persona, a contatto tutti i giorni con gli inermi di fronte alla morte, fatto sta che la sua insofferenza va contro chi se la prende con i più deboli.

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